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lunedì 3 ottobre 2016

Sudafrica: suggestioni a Cape Town



E Città del Capo non delude le aspettative; oceano, foresta, aree naturalistiche, montagne e tessuto metropolitano si susseguono ed intrecciano con equilibrio ed armonia.



Il  risultato è fantastico, lo spartito magnifico. La Table Mountain, rilievo totalmente piatto ne rappresenta il centro geografico ed è un luogo eccellente da cui ammirare e scoprire le geometrie e le linee di questa città, di come parla con il mare, e scrutare con brividi e lacrime la desolante Robben Island.
L’altipiano rappresenta una fantastica attrazione naturalistica in cui animali selvatici ed una varietà infinita di piante sono una piacevole e continua scoperta. La cima piatta si può raggiungere sia con la teleferica (spesso chiusa per vento) con una fantastica escursione (semplice solo all’inizio, poi abbastanza ardua). Fare la passeggiata la domenica mattina significa condividere questa piacevole esperienza con decine di famiglie capetoniane.
Ugualmente spettacolare è la strada (da percorrere in macchina o, per i super allenati, in bicletta) che dalla base della teleferica  porta a Lion’s Head ed Signal Hill; è un tragitto ci ha regalato alcuni dei panorami più suggestivi di Cape Town.
Come emozionante è stato giungere in città dalla N1 e ritrovarsi di fronte un enorme ritratto di Mandela  realizzato su un’intera facciata di un palazzo. Forza e passione.
Città del Capo è vento ed odore del mare. Azzurro su verde, e stili architettonici su cui si accavalla un continuo processo di modernizzazione (talvolta devastante). Processo che ha generato ampli stradoni, palazzi in acciaio e vetro, geometrie talvolta eccessive, che però, non riescono ad offuscare il fascino di questa metropoli. Città in cui persistono ed emergono con chiarezza e durezza grandi problemi e squilibri, tra sovraffollamento e mancanza di servizi, ville e township; in cui povertà e disoccupazione fanno sanguinare l’anima. Una città in cui il cemento ed il grigio rincorrono e molto spesso raggiungono le vecchie linee, ma è sempre possibile stupirsi con una piega di colori nel prossimo vicolo.
Camminare per Stand Street, osservare le curve e lo stile che riportano all’Europa del 1800, ammirare mercati tipici ed artigianato locale, respirare odori che vengono dall’oriente lasciano a dir poco felicemente spiazzato. Nella punta estrema dell’Africa, questo continente si mescola e si fonde, culturalmente,  con Asia ed Europa. Cafffè e curry, odori e suggestioni dai molti food store in cui fermarsi e mescolare sapori. Tra i vari locali, ricordo con piacere una caffetteria su Loop Street che caratterizza il suo stile con richiami alla bicicletta ed al cicloturismo: presenta varie offerte per conoscere la penisola del Capo su 2 ruote, oltre a vendere magliette ed accessori  davvero belli, con un packaging stiloso (www.apresvelo.com) .
E’ piacevole gironzolare tra Long Street – da vedere ed ammirare il Pan African Market – ed il mercato dei fiori di Adderley Street.

In un giardino bambini di ogni etnia giocano insieme, si rincorrono, cadono e sorridono. Restiamo a guardarli. Come visioni artificiali si sovrappongono immagini viste nei chilometri percorsi, township, povertà ai bordi della strada. Colori che squarciano il buio. Forse. Forse l’arcobaleno è possibile. Forse.
Da un laboratorio di moda esce l’inconfondibile voce di Mama Africa, Miriam Makeba.
Respiro le note, suoni che hanno il sapore della terra e degli alberi, di questo atelier, in cui arte e territorio si uniscono all’armonia della  musica. Sorrido al tramonto, a questa canzone Sunset Africa. Colgo l’attimo, il kairos, respiro a pieni polmoni le ultime note.
Qualche passo e dei bambini mi chiedono degli spicci. Forse, penso, forse. I loro occhi sono profondi scrutano. Spero abbiano dubbi, spero abbiano possibilità. La loro pelle è nera: la povertà ha ancora un colore della pelle, anche qui, nonostante il tramonto, nonostante l’arcobaleno, nonostante le note.
E’ come passare dallo stato gassoso a quello solido, lascio loro un po’ di rand. Vedo una Chiesa, un’agenzia di viaggio pubblicizza un viaggio a molti zeri. E’ancora troppo vicino il ’91; e tra forma e sostanza il tempo si accorcia ulteriormente. Continuo a camminare, a scorrere, fluido; stato magmatico nei miei pensieri.
Prendiamo la macchina, nel traffico di un giovedi di inverno (in Italia è estate) e con la guida a destra c’è sempre un po’ di suspence; arriviamo nel nostro alloggio , il Drey Lodge, un simpatico appartamento senza infamia né lode gestito da un chiaro discendente dei boeri, al confine tra i sobborghi di Rodenbosch e Newlands. Un altro romanzo di Deon Meyer, Safari di sangue (davvero godibile, il migliore che ho letto di questo autore) ambienta alcune scene qui, per poi snodarsi tra chilometri e paesaggi.
Querce, giardini e famosi stadi di cricket e rugby, sembra di attraversare una campagna del nord europea. Padroni portano a passeggio i propri cani. Sono così vicine e così lontane le township. Decine di chilometri ed un altro mondo. Il paese dell’arcobaleno è anche questo, lo comincio ad afferrare con chiarezza.
Al risveglio fa freddo, ma il sole preannuncia una splendida giornata. E dai prati dei sobborghi meridionali con un nuovo spartito affrontiamo e scopriamo ancora la città.
Il profilo delle acacie si staglia sui versanti delle montagne. Un film di immagini, di colori, di attimi da ricordare. Bo Kap, quartiere tipico, salvato dalla folle distruzione dell’apartheid che ha raso al suolo il suo gemello Six District, abitato dalla comunità musulmana. La mente viaggia su alcune pagine di Carta Bianca di Deaver, libro che sconsiglio vivamente (l’autore – e sto facendo outing – a me non dispiace, ma questo volume della saga di James Bond è profondo meno di una vaschetta per il ghiaccio). Il Waterfront , il vecchio porto della città, oggi salvato dall’abbandono e trasformato in un moderno polo turistico, con  vari ristoranti – che offrono ottimo pesce –artisti di strada ed offerta di escursioni in mare e nella città.

E’ dal Waterfront che ci si imbarca per la desolata e desolante Robben Island. Isola piatta, battuta dal vento e dalle intemperie, in cui la gioia è stata più forte del potere. Il seme della resistenza, della civiltà e della disobbedienza, piantato e curato dalle lacrime, dai sogni e dal sangue di prigionieri in grado di essere duri senza perdere la tenerezza, ha dato nuova dignità a tutti noi  .
Saluto le statue di Mandela, monsignor Tutu, Lutuli (fondatore ANC) e De Klerk, tutti insigniti del premio Nobel per la pace. E penso di giocare a “trova l’intruso”; c’è ve lo assicuro

: chi costruisce ha una statura etica altra rispetto a chi raccoglie (e magari fino a qualche tempo prima era un meccanismo dell’ingranaggio). Continuo a camminare, felice, in questa area che riterrei un po’ troppo turistica ovunque, ma non qui, con l’Oceano di fronte e la Table Mountain dietro. Mi gusto gli edifici vittoriani, i caffè che non vogliono hipster ed anche le foto “ricordo” con il profilo della montagna piatta.
Passando sotto la Torre dell’Orologio giunge, portato dal vento, qualche pezzo Kwailo (significa arrabbiato) e nasce dalla contaminazione tra house, atropo e beat. Un sound meticcio, denso, ricco di suoni, paradigma delle metropoli di questo paese.
Dalle note ai fiori, spartiti di musica e colori. Piante, alberi, biodiversità, gioia: tutto questo è il fantastico Kirtenbosh National Park, primo giardino botanico ad essere riconosciuto patrimonio dell’UNESCO. Ci sono oltre 22000 specie di piante, con uno sfondo ed una cornice da sogno.
E’ possibile passeggiare e vagare in questo giardino per ore, attraverso percorsi, scale e ponti.
Un nuovo tramonto e poi il buio. Saluto le prime stelle (che non riconosco), mentre prepariamo i bagagli. Giorni e notti sono volati a Città del Capo, che non mi ha deluso. E le aspettative erano alte.
Ci prepariamo ad altri orizzonti e sorprese, molto vicino, questa volta: c’è la Penisola del Capo e la leggenda in cui storia e natura danzano insieme.

venerdì 30 settembre 2016

Sudafrica: wineland tra gusto e suggestioni

… il viaggio lungo la N1 continua piacevole, il traffico è praticamente assente, solo poche macchina e qualche autotreno in più. E’ un altopiano continuo e si viaggia sempre tra i 1000 e 1500 metri,  nonostante ciò sono molte le catene e le vette che fanno da fondo.


Vedo i primi springbok, la gazzella sudafricana, che è mascotte e  dà il nome della nazionale di rugby. Nazionale che ha vinto 2 coppe del mondo, nel 2007 e, soprattutto, nel 1995. Nella finale del 24 giugno del 1995 il Sud Africa riesce a battere la corazzata neozelandese e diviene il simbolo di una nazione che vuole rinascere dopo aver superato il buio periodo dell’apartheid. E’ il giorno in cui tutti supportano gli springbok, seppur da sempre il rugby è lo sport degli afrikaner; Nelson Mandela, Presidente da un anno entra in campo con la maglia e cappello della nazionale, e tutto ciò è raccontato nel film Invictus, che ho visto non troppo tempo prima di questo viaggio. Le immagini del film si confondono con la storia, e la pellicola è sempre un bel modo per narrare belle storie.
Penso a questo mentre la nostra piccola vettura prosegue , e penso anche che nonostante tutto, secondo me, il rugby, in questo Paese, continua ad essere lo sport dei bianchi ed il calcio dei neri.
Almeno questo mi raccontano i campetti delle periferie che abbiamo attraversato; facciamo benzina a Blomfontein (460 rand, circa 34 euro, la macchina non consuma molto e la benzina costa poco). Do un’occhiata a qualche rivista di sport, il Paese si prepara ai mondiali di rugby in Inghilterra e, vedendo gli articoli, le immagini ed i giocatori, penso che il mio giudizio sulla permanenza della divisione tra calcio e rugby non sia proprio campata in aria.
Blomfontein è nella regione del Sud Africa chiamata Stato Libero, che si riferisce all’ex stato razzista Stato Libero dell’Orange, fondato nel 1854 ed in cui i neri non potevano avere né terra né diritti; dal 1914 divenne uno dei bastioni dell’apartheid e nel 1970 fu uno dei bantustan,ossia degli stati artificiali voluti dai bianchi ed in cui furono trasportati e costretti tutti i neri (divenivano cittadini di un bantustan in base all’etnia di provenienza, anche se non avevano mai messo piede in quel territorio). L’assurdità dell’uomo non ha fine. Ma il seme della ribellione è stato più forte e dal cortocircuito, grazie all’opposizione ed alla resistenza di uomini e donne il Sud Africa ha raggiunto la dignità. L’ANC nasce proprio a Blomfontein.
Continuiamo a viaggiare, il sole scende veloce alla nostra destra colorando le rocce e facendo sfumare i contorni. Superiamo la città di Beaufort West (dove rifacciamo benzina).
Diviene buio e il cielo sopra di noi è un tappeto di stelle. La strada non è minimamente illuminata ed i pochi autotreni, che si superano tra loro anche in curva, non hanno troppo rispetto di una piccola vettura come la nostra. Gli ultimi 150 chilometri si sentono, arriviamo Franschhoek  dopo quasi 1200 chilometri.
Il nostro bed and breakfast è il Sunny Place (30 Akademie Street Franschhoek, 7690), una struttura molto carina, anche se dannatamente fredda. Consiglio vivamente a chi viaggia in questo periodo (nostra estate/loro inverno) nella zona interna del Sud Africa di dotarsi di una stufetta elettrica, noi lo abbiamo fatto. E’ stato molto utile. La nostra abitazione (con cucinino) era curata nei dettagli, comoda e con una porta finestra che conduce in un bellissimo patio interno.
In questa zona vi sono gli insediamenti europei più antichi del Paese Franschhoek, Stellebonsch, Paarl. E’ la zona delle wineland, in cui è possibile spostarsi da una azienda ad un’altra e degustare vino.
In realtà il vino è prodotto in moltissime altre zone del Sud Africa, penso all’Overberg ad esempio, e si contano oltre 20 strade del vino;  ma solo le aziende produttrici più antiche (rientranti in un raggio di 60 km da Cape Town) insistono sull’areale delle winelands.
Il vino sudafricano è eccezionale, così come quello argentino, resto scettico su quello californiano, almeno per quello che ho potuto assaggiare. Parlo ovviamente di standard qualitativo medio, senza tirare in ballo “super bottiglie” , che mediamente non rientrano nel budget-viaggio. Ritengo però la qualità media l’indice maggiormente interessante per valutare il livello produttivo vitivinicolo.
Anche fuori dall’Europa l’asticella si sta alzando notevolmente. Detto ciò l’enorme risorsa dell’Italia risiede nella ricchezza di biodiversità e nei notevoli e differenti micro-clima che ci dotano di una capacità produttiva e qualitativa unica.
Stellebonsh è probabilmente la cittadina più conosciuta, e presenta aziende notevoli, come ad esempio Uva Mira o Le Bounher. Le aziende sono circa 75, ed un buon consiglio è mettere in agenda la visita di domenica in cui ci sono le Sundays in Stellenbosch, con apertura di aziende ed offerte particolari. Per tutte le info www.wineroute.co.za
Franschhoek è un vero gioiello, posizionata su una stretta valle è definita la capitale culinaria del Sud Africa. Si respira fortemente l’eredità francese, derivante da 277 ugonotti che in fuga dalle persecuzioni nel loro paese ricevettero in concessione dalla Compagnia Olandese delle Indie. Questo territorio, conosciuto come “Angolo dell’elefante” (per i numerosissimi elefanti che erano – purtroppo erano – presenti), divenne Fanschhoek, l’angolo francese. Sono molte le cose che si possono fare in questo splendido paesino curato in ogni dettaglio oltre, ovviamente, degustare un ottimo vino (La Bri e La Petite Ferme). Indubbiamente si può mangiare: come dicevo è la capitale del gourmet, ed uno degli indirizzi  migliori è Holden Man (occhio ai prezzi, sia qui che ovunque)a cui accompagnare la cioccolata dell’ Huguenot Fine Chocolates.
Poi si può passeggiare a piedi o cavallo per diverse ore incrociando vigneti (curatissimi, con cordone speronato) e scorci mozzafiato. Oppure prendere il bellissimo wine tram(www.winetram.co.za) , che mostra come un vettore possa coniugare turismo e tessuto produttivo, divenendo elemento in  grado di essere sintesi e volano di un percorso.  Penso ad alcuni tratte poco utilizzate nella mia Regione (Lazio), soprattutto il fine settimana e quanto sarebbe funzionale creare appuntamenti in grado di invogliare ed informare i turisti: penso ad esempio alla possibilità di coniugare flussi da Roma – anche attraverso l’utilizzo della bici sul treno – ed utilizzare il prodotto eno-gastonomico per far conoscere, degustare ed apprezzare i prodotti. Il viaggio stesso diverrebbe parte centrale della “gita”, diverrebbe esso stesso un evento.
In questo angolo etilico e di relax potrei rimanere per mesi ad disegnare progettualità, magari continuando a leggere Deon Meyer autore sudafricano di gialli. Il romanzo dal titolo Cobra è ambientato anche qui nell’angolo francese; non è il suo miglior romanzo, ma con il passare dei chilometri ne scopriremo altri.
Ma il richiamo di Cape Town,  il cui eco mi giunge attraverso le linee della Table Mountain,  viste in foto ed in video; ed è qui vicino, a soli 60 km…

mercoledì 21 settembre 2016

Sudafrica, con sosta in Arabia Saudita.

Il Sud Africa nella mia testa è  un’eco di nomi, di suoni, di immagini. Sulla carta geografica è la punta estrema del continente e Città del Capo è una di quelle città che esercitava su di me una strana attrazione, anche prima di averla visitata. Così come Rio, Istanbul o San Francisco, di cui, poi, mi sono perdutamente invaghito.
Il Sud Africa è anche natura, ed i suoi innumerevoli Parchi Nazionali sono una meta imperdibile; così come imperdibili sono le spiagge bagnate dagli oceani.
Insomma il “Paese arcobaleno” offre davvero tanto, ma le distanze sono parecchie ed è, indubbiamente, necessaria una buona organizzazione. Nulla di trascendente, ma è importante studiacchiare e capire il territorio, soprattutto se ci si muove con un budget limitato.
Intanto il biglietto aereo…  La Saudi Arabian fa dei prezzi davvero competitivi con partenza da Milano ed arrivo a Johannesburg; l’unica incognita è la lunghezza dello scalo (obbligatorio) a Jeddah, seconda città dell’Arabia Saudita, dopo Rihad, e, soprattutto, crocevia per i milioni d pellegrini che vanno nella vicinissima La Mecca. Insomma trovare un posto dove stazionare nell’aeroporto (in grandissimo ampliamento, ma per ora è un unico enorme spazio in cui si alternano flotte di credenti provenienti da tutto il mondo che molto spesso viaggiano in gruppi enormi)non è comodissimo. E se dovete stazionare  12 ore l’unico duty free (ed anche unico shop) non vi aiuta a passare il tempo; ma basta un buon libro (io avevo per le mani Conversazioni nella Catedral  di Vargas Llosa – wow -) ed un mazzo di carte, e il tutto diventa molto meno pesante. E guardare varie persone  di differenti continenti, ammirare il variegato e complesso rapporto con la fede, studiare le modalità di “relazione”, mi ha aiutato ancor di più a sorridere (ed un po’ ad incazzarmi)  pensando alla faciloneria con cui alcune testate e alcuni imbrattacarte (non meritano l’appello di giornalisti) targettano in un moloch indefinito l’Islam. Varietà, pluralità, differenza, come sempre, come tutto nel mondo. Ma per capire le differenze bisognerebbe conoscere, e questa  è un’altra storia.
Arriviamo a Johannesburg, dove ci aspettano per consegnarci l’auto affittata, una tranquillissima Hyundai i10. Consiglio questo sito per prenotare, sono stati puntuali ed onesti www.xtremecarrental.co.za. Quando stavo organizzando il viaggio temevo che dovessi affittare necessariamente un  4×4 (ed ovviamente la cosa avrebbe creato non pochi “problemi”) ma approfondendo ho visto che era sufficiente una vettura piccola, e per gli spostamenti off-road ci saremmo organizzati di volta in volta con “mezzi terzi”.
Serve la patente internazionale e, soprattutto, si guida a destra. E’ luglio ma fa parecchio freddo, siamo nell’emisfero australe e Joburg  (diminutivo riconosciuto, utilizzato ed apprezzato) si trova a 1680 m su un altopiano.

Ci immettiamo nel traffico sudafricano, che alle 2 di pomeriggio è abbastanza sostenuto. Prima di riuscire ad immetterci sulla N1, che porta verso sud ed è l’arteria principale del Paese , impieghiamo un po’ di tempo attraversando l’hinterland. Agglomerati di case ad un piano, persone sul ciglio della strada, ci supera un camion che porta oltre 15 persone nel carro; alcuni bambini, sorridono di felicità. Emerge con chiarezza  una povertà evidente che fa da stridente contrappeso ai macchinoni che erano all’aeroporto e alle pubblicità sui cartelloni vicino al Tambo Airport. Il prologo dice con chiarezza e durezza  che sarà un viaggio caratterizzato dai forti contrasti, tra persone che fanno decine di chilometri ogni giorno a piedi e chi viaggia  con autovetture extra-lusso. Era il Paese dell’apartheid, resta un Paese dai forti squilibri.